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"LO ZI'" DI MIMMO MANCINI: SABATO 29 E DOMENICA 30 APRILE
da www.bitonto.net
Sabato 29 e domenica 30 aprile, alle ore 21,00, è in programmazione al Teatro Traetta il nuovo lavoro teatrale di Mimmo Mancini, attore e autore bitontino.
Uno spettacolo semplicemente da non perdere



Lo schermo piatto del cellulare, lo sfondo di quel bianco così pulito, innocente e le parole di un sms, forti, irrompenti che stracciano la monotonia del bianco e sembrano come urlare, da quel piccolo gioiello di tecnologia.
“Essere pionieri non è facile, significa essere criticati e sbeffeggiati.
La gente non è ingrata, ma sorda.
Dobbiamo urlare, dunque… ma a noi due, Mimmo, piace così.
Questa è la nostra vittoria”

Pioniere, completamente fuori dagli schemi e coraggioso, straordinariamente coraggioso, Mimmo Mancini sale sul palcoscenico del Traetta portando tutta l’irriverenza e l’irruenza di una denuncia scomoda, cercando, con la sola forza della sua passione, di aprire un varco in quel muro di indifferenza ed ingiustificata vergogna che avvolge coloro i quali vivono in condizioni di disagio.
“Ho pianto quando ho ricevuto questo messaggio” ci confessa “l’autore, Fabrizio Barroccino, giovanissimo fondatore dell’associazione romana Vertical, ha toccato le corde della mia anima.
Perché è esattamente questo l’obiettivo del mio lavoro: urlare”.
“Lo Zì”, difatti, monologo teatrale scritto a quattro mani dall’artista bitontino e da Pietro Albino Di Pasquale, nasce dalla volontà di dare voce a tutte quelle forme di disagio, di vergogna che destabilizzano le menti di molta gente. L’ispirazione è data da un frammento di memoria dell’interprete, il ricordo di un parente costretto alla sedia a rotelle. La storia che ne è nata è diventata soprattutto un inno alla vita, un invito ad assaporare il caleidoscopio di emozioni di questo viaggio. “E’ un atto d’amore” ci spiega “uno spazio per ricordare quanto prezioso sia questo dono. Non è, come alcuni rimproverano, un fare violenza su chi il disagio lo vive. E’ un modo per portare tutti a riflettere, tutti perché l’handicap non sia più motivo di emarginazione. Il disagio, di qualsiasi matrice esso sia, fisico o mentale, diventa davvero causa di diversità quando chi sta intorno pone nelle condizioni di viverlo come tale, come limite. Allora la riflessione non deve esulare nessuno, ma su tutti deve ricadere perché ciascuno senta il compito di fare qualcosa, concretamente. Sono stato felice, per esempio, quando il sindaco Kuhtz, anche lui a suo modo pionere, ha dato un iniziale segno di civiltà alla cittadinanza bitontina, ordinando la realizzazione dei primi scivoli ai marciapiedi. Sebbene da allora molto sia stato fatto, questo percorso comunitario di crescita, nel nostro paese, sembra abbia ancora molta strada da macinare. ” Il pensiero di Mancini corre, allora, a delle barriere diverse, che pur non conoscendo la durezza del cemento o la resistenza del marmo, sono veri ostacoli alla serenità del quotidiano. L’indifferenza e la vergogna: prigioni della mente. L’handicap o la qualsivoglia malattia sono ancora vissuti come colpa da nascondere, peccato da espiare nel dolore e nel silenzio delle quattro mura domestiche. “E’ assurdo” continua Mancini “come nel 2006, in un’età in cui la tecnologia, il progresso fanno da padroni, la mentalità sia ancora rimasta quella dei primi del ‘900. Il mio lavoro teatrale, allora, si rivolge anche alle famiglie e a tutti coloro che stanno accanto ai disabili, perché escano da questo alone di ingiustificata vergogna e dal disagio trovino vero riscatto. Mi auguro che la mia città risponda bene a questa mia sfida. Non è stato facile portare lo spettacolo qui, devo ringraziare quanti mi hanno sostenuto e coadiuavato: Alessandra Morelli, responsabile dell’organizzazione, Dom&Partners, Comma3, il Comune di Bitonto e la Provincia di Bari. Nonostante le numerose difficoltà, il Traetta di Bitonto ha rappresentato una scelta ben precisa: vorrei cercare di parlare alla mia gente e di creare una piccola breccia nel muro di silenzio ed ignoranza che cinge ancora, purtroppo, questa terra”
“La nostra provocazione” aggiunge Di Pasquale, coautore con Mancini “è di scoprire quella parte di noi diversa. L’intento è quello di generare una riflessione, guardare e guardarsi in uno specchio, ma con occhi cambiati. Perchè sia una rivoluzione di prospettiva.”
Rivoluzionario, dunque, il teatro di Mancini riesce ad appropriarsi di spazi di espressione e di denuncia. Le questioni sociali, regine della scena, fanno capolino dietro il sipario rosso urlando il dolore, denunciando la sofferenza. Un Teatro che ha la responsabilità di comunicare, di trasportare, con quella magia che gli è propria, lo spettatore in un mondo altro, fatto di passione, ideali ma anche di possibili leve di cambiamento. Un mondo da quale ciascuno può tornare diverso, più responsabile, più coinvolto, perché non ci siano più sguardi di forzato pietismo e nuda noncuranza.
Il teatro, l’arte tout court, può diventare una forza travolgente se a crearla c’è la passione e l’amore per la vita. Quella passione e quell’amore che brillano negli occhi di Mimmo, Alessandra, Pietro, Fabrizio, di quanti hanno ancora il coraggio di emozionarsi di fronte alla vita e in queste emozioni trovano la forza per costruire progetti reali di rinnovamento, credendoci, fermamente.
Capitini scriveva “bisogna rifarsi dal fondamento originario, dall’inizio, dal basso, dall’esistenza dei singoli come tali, come fa la madre. Se non tutti faranno così, sarà pur bene che qualcuno lo faccia. Il fuoco viene sempre acceso da un punto.”
Che questo sia un grande, caldo falò.





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